Myanmar

Un viaggio assieme alla vita.

Parte prima.

‘La meta del viaggio sono gli uomini’, cita Claudio Magris nella prefazione del suo libro ‘L’infinito viaggiare’. Quando ho scelto di andare in Myanmar sono partita con la voglia di stare con le persone di questo Paese per comprendere come i loro sorrisi potessero trovare spazio nella violenza, da poco vissuta, del precedente governo. Per tre settimane ho viaggiato da Nord a Sud nelle zone consentite ai turisti, muovendomi su strade spesso sterrate con ‘pulman’ ricchi di persone, bambini e tanta frutta usata come offerta in visita ai posti sacri. La scelta di partire da sola mi ha dato l’opportunità di parlare molto con le persone dei vari luoghi: mi sono presa il tempo onorato di ascoltare le storie delle famiglie che solo da qualche anno si aprono al dialogo con i turisti, anche rispetto al passato governo. La paura di avvicinarsi non è forte quanto la spinta alla comprensione di ciò che è nuovo. E’ frizzante la voglia di imparare lingue diverse, di capire come si usa la macchina fotografica, perché si portano i pantaloni stretti neri e le scarpe da ginnastica invece che le gonne lunghe colorate e le ciabatte. Poi ci sono le domande su che cosa significhi andare a scuola, leggere un libro, lavorare a cui segue lo stupore di quando racconti quanti anni si possono dedicare allo studio e la scelta di fare un lavoro diverso da quello delle generazioni precedenti. 

In molti luoghi infatti i lavori di artigianato, ad esempio gli intagliatori di pietre che in poche ore danno vita alle statue di Buddha a sud di Mandaly, sono tramandati da diverse generazioni. Ogni cosa è fatta con precisione, attenzione e benedizione perché se ne riconosce la ricchezza millenaria. I vestiti tipici, gonne lunghe dette longy, sono fatte con i telai di legno dove per ore le donne inseriscono manualmente ogni singolo filo di seta o cotone. Lo stesso per le stampe che a seconda del luogo sono dipinte con un tipo di sabbia fine o più spessa. A Pindaya, cittadina di campagna conosciuta per la Grotta Shwe Oo Min con più di novemila statue d’oro di Buddha lasciate in offerta nei vari pellegrinaggi, la produzione della carta è un lavoro che si conserva con rispetto. Una famiglia mi ha spiegato i vari passaggi attraverso i quali la carta viene assemblata dalle cortecce degli alberi, aggiunta a miriadi di petali di fiori raccolti nei campi, poi asciugata al sole. Con quella carta vengono fatti gli ombrelli, le lampade e le mongolfiere che spesso dipingono i tramonti di Bagan, cittadina famosa per le tante Pagode sparse nelle campagne. L’accoglienza riservata a chi dedica tempo per le visite di queste famiglie produttrici di carta, statue, seta, cotone, gioielli, risuona della dignità che nell’ascolto attento e curioso viene valorizzata. E’ un modo per raccontarsi e per dare senso alla propria identità. E’ un incontro di storie diverse ma è un INCONTRO perchè si esprime il desiderio di sapere che cosa pensiamo di tutto quello che ci hanno descritto. Per loro ha senso se sulla carta vengono scritte parole di auguri per l’arrivo di un bambino, se le lampade di carta illuminano le case degli abitanti del Lago Inle, chiamati i Figli del Lago. Ascoltando questi significati mi ricordo di un passo del libro della Bailey ‘Guarigione Esoterica’ nel quale è riportato ‘tutto ciò che vi si chiede è di compiere un’opera da voi stessi progettata, nelle sfera delle circostanze karmiche e ambientali ove il destino vi ha posto’. 

Nell’ultima città prima del rientro, Yangon, ho contattato una piccola compagnia di taxisti, Golden Harp Taxi Service, creata nel 2010 da tre ex prigionieri politici. I soldi raccolti per i servizi prestati sono usati per organizzare programmi di formazione ed educazione per coloro che escono dalle prigioni. Talky, il taxista che mi ha accompagnato, non mi ha parlato delle violenze vissute, visibili nei tratti del viso segnato. Mi ha parlato del tempo passato come di un tempo ‘inevitabile’ per raggiungere ciò che oggi sente che il suo Paese sta ottenendo: la cultura per i propri figli, lo studio della tradizione di Buddha, la possibilità di uscire e conoscere posti nuovi, lingue diverse. Mi ha parlato di questo come di un percorso che ogni popolo è chiamato a fare, un percorso di liberazione ma anche di comprensione di ciò che si deve fare a partire da cose piccole, come la sua compagnia di taxi. Mi sorride quando semplicemente mi spiega che per lui la vita è bella perché ha suo figlio, il suo sole, e sua moglie che è un insegnante. Nei sorrisi si percepisce che i cuori sono uniti in unico cuore. 

In questo viaggio il percorso di meditazione che ho intrapreso mi ha dato la possibilità di andare oltre le forme di povertà che ho incontrato, sostenendomi nel vedere che la luce dei bambini non è meno forte quando il bagno è fatto nei fiumi e l’acqua sui corpicini è asciugata al sole. La meditazione mi ha sostenuto nel sentire la vita forte quando il dubbio sul senso di ciò che osservavo voleva occupare un posto nel corpo mentale. Nelle tre settimane passate con i birmani non ho mai avuto paura perché sono sempre stata aiutata con apertura di cuore da parte di tutti. Un aiuto che definisce la nostra condizione di essere umani e che ci appartiene sempre anche quando si è vissuti nella violenza e le condizioni minime di vita ancora non sono garantite. Quell’aiuto è la speranza che ha reso libero il popolo birmano perché nessuna cosa lo ha espropriato del senso del nostro pianeta: essere umani.